Avventura a Bali

scritto da Autore anonimo
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Testo: Avventura a Bali
di Autore anonimo

A Bali

Dopo qualche anno di Thailandia, Vietnam, Cambogia, Laos, Malesia, Indonesia e infine Bali, la mia presunzione di poter intervenire in quella realtà si è di molto affievolita. Ora mi limito a lasciare sempre una mancia e ho sempre qualche moneta pronta per chi chiede l’elemosina. Negli acquisti tratto sempre sul prezzo per poi lasciare una mancia che finisce per annullare il risultato di molte trattative. Ora riesco a godermi, senza troppe remore animaliste, un giretto turistico su malandati calessi trainati da ancora più malandati cavalli, tutti pelle e ossa, difficilmente distinguibili dai loro padroni, poveri certamente, ma soprattutto avidi. Il prezzo della corsa, come molte altre offerte per turisti, subisce variazioni sismiche salendo vertiginosamente se ti classificano come farang. Farang non significa amico, ma preda.

Dopo aver trattato, finto di andarmene e fatto intervenire nella trattativa la signora balinese che mi accompagnava, alla fine ho accettato di pagare una somma che corrispondeva a un terzo della prima richiesta. Evidentemente fu un atto di generosità inopportuna, perché la suddetta signora, che risponde al suono “Mudì” ( non ho ancora compreso se si tratta del suo nome o del cognome o sia un soprannome, come vuole la consuetudine di quei luoghi per me indecifrabili) mi rimproverò di gettare via il mio denaro, minacciandomi con la prospettiva di una povertà incipiente.

Alla fine salimmo. Anzi tentammo di salire.

Il primo a reagire, in modo scomposto e plateale, fu il calesse che si impennò quasi in verticale suggerendoci di intraprendere quanto prima una dieta drastica. Sia come sia, le stanghe del calesse puntarono verso il cielo. Il pronto intervento dell’avido conducente, nonostante i suoi venti chili abbondanti, non bastò come contrappeso e la forza motrice del mezzo, sentendo le zampe posteriori perdere contatto con il terreno, iniziò a nitrire disperatamente.

Pur essendo in preda al terrore, senza proferire verbo, la mia compagna di avventura e il sottoscritto spostammo di comune accordo il nostro peso verso il baricentro del calesse alla ricerca di un centro di gravità provvisorio. In quell’occasione, mentre tutta la mia vita mi scorreva davanti, feci leva su tutta l’agilità rimastami dopo due interventi alle anche. Tutto il mezzo di locomozione ne trasse immediato vantaggio, le zampe della povera bestia ritornarono dove dovevano essere e il driver balinese salì a bordo manifestando una sicurezza del tutto inappropriata.

A quel punto la cavallina si ritenne soddisfatta della quiete faticosamente acquisita. Per quanto la riguardava il suo compito era finito e dopo aver agitato al vento quei quattro peli che normalmente vengono definiti come criniera, si apprestò a un sonnellino ristoratore. A dissuaderla dall’impressione che la sua giornata lavorativa fosse finita ci pensarono una sequela di incitamenti balinesi dal tono poco rassicurante e qualche colpo di frustino che denunciava l’assenza di una efficiente lega animali a Bali.

Convinto a timbrare nuovamente il cartellino e a riprendere il lavoro interrotto, l’animale fece un ultimo tentativo di protesta e, dovendo effettuare un’inversione a U per condurci alla meta pattuita, si fermò al centro della strada.

A questo punto è opportuno conoscere la regola che caratterizza tutta l’arte della guida in Asia, un principio inderogabile: mai fermarsi e suonare sempre il clacson. Di conseguenza, anche in quella occasione si formò un pericolosissimo ingorgo fluido. Una situazione che in Europa prevede l’intervento delle forze speciali e la condanna al carcere duro senza condizionale.

Nel frattempo il nostro conducente era sceso dal calesse e aveva negoziato con l’ altra metà della sua impresa un compromesso: lui avrebbe proseguito a piedi e il quadrupede avrebbe completato la manovra portandoci in salvo.

Convinti di essere in salvo io e Mudì avevamo cominciato a considerare tutta la vicenda come una divertente avventura. Mentre il conducente risaliva incautamente sul calesse prendendo il controllo delle redini, la cavallina si ricordò dei bei tempi andati e iniziò un galoppo sfrenato attraverso i prati che solo lei vedeva.

Anche i sogni più belli hanno fine e la tregua onirica ci riconsegnò al centro della strada. Una volta ripreso fiato, ricordandosi del suo dovere, la cavallina riprese a correre sino a giungere, sudata e soddisfatta, al punto di partenza dove implorammo di poter scendere, giurando e spergiurando di essere completamente soddisfatti del servizio che ci era stato offerto, sottolineando con una generosa mancia la sincerità della nostra menzogna. Salutammo con le mani giunte al petto il conducente e tutti gli spiriti indù che, ringraziando Dio, ci avevano protetto.

Avventura a Bali testo di Autore anonimo
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